Progressive Insanities of a pioneer by M. Atwood (Traduzione)

Traduzione mia

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i.
Stava lì, un puntino
su un foglio di carta verde,
proclamandosi il centro,

senza muri, né confini,
da nessuna parte; il cielo interminabile
sopra di lui, totalmente
aperto
e gridò:

Lasciatemi uscire!

ii.
Scavò file nel terreno,
si impose con i badili
Si affermò
nei solchi, io
non sono qui per caso.

La terra
rispose con aforismi:

un germoglio, un’erba
senza nome, parole
che lui non capiva.

iii.
La casa piantata,
l’appezzamento puntellato
nel mezzo al nulla.
Nella notte la mente
dentro, nel mezzo
al nulla.

Una parvenza di animale
zampetta sul tetto.

Nell’oscurità i campi
si difendono con gli steccati
invano:
tutto
sta entrando.

iv.
Di giorno resisteva.
Egli disse, disgustato
dal vocio delle paludi e dalle esplosioni
delle rocce.
Questo non è ordine
ma è assenza
di ordine.

Ti sbagli, suggerì
la foresta senza risposta:

è un’assenza
ordinata.

v.
Per molti anni
pescò con molta lungimiranza,
facendo ciondolare gli ami
delle radici seminate sotto la superficie
della terra poco profonda.

Era come
attirare balene con uno spillo
ricurvo. Inoltre pensò

che in quella regione,
soltanto i vermi abboccavano.

vi.
Se avesse saputo che lo spazio
non strutturato è un diluvio
e avesse riempito la sua casa-
zattera con tutti gli animali

persino i lupi,

allora forse sarebbe rimasto a galla.

Ma ostinatamente
rimase. La terra è solida
e pestò i piedi,

guardando i suoi piedi
affondare nella pietra
giù fino al ginocchio.

vii.
Le cose
non si lasciavano dare un nome; si rifiutavano
di farsi dare un nome da lui.

I lupi cacciavano
fuori.

Sulle sue spiagge, nelle sue radure,
sulla cresta della bassa
vegetazione che si infrangeva
ai suoi piedi, prevedeva
la disintegrazione
e alla fine
con gli occhi
tormentati dai suoi
sforzi, la tensione
tra soggetto e oggetto,

la verde
visione, la balena innominata
lo invase.

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Let me count the ways – M. Byrne (traduzione)

Durante le mie interminabili escursioni nei mercatini e nelle librerie di Amsterdam mi capitò sotto gli occhi un libretto giallo: “The best American poetry 2007”, un bellissima raccolta con un quadro di Lichtenstein in copertina. Questo è stato il mio primo contatto con la poesia americana più contemporanea e ‘indipendente’, e la prima poesia che ho letto da questo volume è stata quella che mi ha colpito di più. Ora che ho intrapreso una vera e proprio carriera accademica da traduttrice ho deciso di provare a renderla nella mia lingua madre, non senza difficoltà.

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Let Me Count The Ways – by Matthew Byrne

How I miss the mountain, what it stood for,
represented, what it meant, what it said,
how it made me feel, what it did for me, that mountain,
that emergence, how it embodied the rage of whatever
it is I used to rage against, how I wanted to conquer
the mountain, scale the mountain, whether to hike it,
or jog it, whether to sleep on it, whether to shoot its fauna
with camera or gun whether to draw the mountain,
draw the view from the mountain, allude to the mountain,
name by firstborn after the mountain, before the mountain,
have a picnic at its foot, build a chairlift up it, open a tea
and sandwich shop at the end of the trail at its summit,
stamp my initials with giant concrete slabs on its face,
be the agen of the mountain, the lobbyist, the sculptor,
the detractor, sermonizer, liege, jester, or militia,
the one who unequivocally explains the mountain,
mother of the mountain, husband of the mountain, haven
for the mountain, rocking chair for the mountain,
smokejumper, clear cutter, controlled burner, doppleganger,
molehill.

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Fammi contare i modi (traduzione di Sara Montagnani):



Come mi manca la montagna, cosa simbolizzava,

rappresentava, cosa voleva dire, cosa diceva,

come mi faceva sentire, cosa faceva per me, quella montagna,

quell’apparizione, come incarnava la rabbia di tutto quello contro cui

ero solito arrabbiarmi, come volevo conquistare

la montagna, scalare la montagna, durante un’escursione

o con una corsetta, come volevo dormirci sopra, come volevo catturare la sua fauna

con la videocamera o con il fucile, come volevo disegnare la montagna,

disegnare il panorama dalla montagna, alludere alla montagna,

chiamare il mio primogenito come la montagna, davanti alla montagna,

fare un picnic ai suoi piedi, costruirci sopra una seggiovia, aprire un chiosco di tè e panini

alla fine del sentiero sulla cima della montagna,

imprimere le mie iniziali sulla sua parete con gigantesche lastre di cemento,

come volevo essere l’agente della montagna, il lobbista, lo scultore,

il detrattore, predicatore, feudatario, giullare, o la milizia,

quello che spiega la montagna inequivocabilmente,

madre della montagna, marito della montagna, rifugio

per la montagna, sedia a dondolo per la montagna,

soccorritore anti-incendio, disboscatore, combustore controllato, alter ego,

cumulo di terra.

Commento dell’autore in traduzione:
“Fammi contare i modi” è un’ espressione della mia preoccupazione circa il modo in cui l’interesse personale si infiltra nella sfera affettiva. Durante la stesura della poesia ho cominciato a pensare che forse l’affetto e l’interesse personale non sono agli antipodi, bensì esistono in un rapporto simbiotico, e abbracciare -o per lo meno accettare- questo concetto significa vedere più chiaramente il modo in cui noi ci identifichiamo con ciò che ci sta più a cuore. Così, quella che inizialmente era una concezione alquanto cupa si è rivelata un giocoso esercizio di disamina della mia nostalgia per le montagne, dalle quali mi ero allontano dopo aver lasciato lo stato del Montana”.